a Orvieto si può raggiungere Civita di Bagnoregio (si è nella regione Lazio), la patria di San Bonaventura, per ricordare il Santo Dottore Serafico e visitare i resti della propria abitazione, ed anche per altri luoghi che ne tramandano la memoria.
Il borgo appare isolato su uno sperone di roccia, a dominare la “Valle dei calanchi”, che si estende intorno, e grazie a questo isolamento conserva intatta la sua struttura architettonica medievale. Unita a Bagnoregio tramite un unico ponte, anche se una volta di qui passava una delle strade più antiche d’Italia, Civita si presenta oggi in un isolamento quasi irreale, dovuto ad una serie di crolli e cedimenti della terra argillosa, sulla quale è edificato l’intero paese tuttora in pericolo.
Le storie di Civita e di Bagnoregio sono collegate tra loro: un documento del sec. IX indica la zona con il nome di “Balneum Regis”, divenuto poi “Balneoregium”, secondo la leggenda che la vuole così battezzata da Desiderio re dei longobardi, il quale qui sostò per curare con le acque termali del luogo una grave malattia.
All’antico abitato di Civita si accedeva mediante cinque porte, mentre oggi la porta detta di Santa Maria o della Cava, costituisce l’unico accesso al paese. La struttura urbanistica dell’intero abitato è di origine etrusca, costituita da cardi e decumani, secondo l’uso etrusco e poi romano, mentre l’intero rivestimento architettonico risulta medioevale e rinascimentale. Varie sculture di epoca medievale, appartenenti ad edifici distrutti per i continui crolli, sono inglobati sull’arco e nel muro, ai lati della porta di accesso. Numerose sono le testimonianze della fase etrusca di Civita, specialmente nella zona detta di San Francesco vecchio; infatti nella rupe sottostante il belvedere di San Francesco vecchio è stata ritrovata una piccola necropoli etrusca. Anche la grotta di San Bonaventura, nella quale si tramanda che San Francesco risanò il piccolo Giovanni Fidanza, che divenne poi San Bonaventura, è in realtà una tomba a camera etrusca.
San Bonaventura nacque a Civita nel 1221, la leggenda, come accennato, vuole che incontrasse San Francesco in una grotta e che questi lo guarì da un male incurabile; per questo motivo la madre fece voto di consacrare il piccolo Giovanni all’Ordine francescano. A proposito del “Miracolo”, lo stesso San Bonaventura, nella “Legenda minor”, scrive: « Continuano, per opera sua (ci si riferisce a San Francesco), in grande abbondanza, nelle varie parti del mondo, i benefici di Dio, come ho provato anch'io, che ho descritto i fatti antecedenti, per esperienza diretta, in me stesso. Mia madre, infatti, quando io ero ancora fanciullino, fece voto per me a san Francesco, perché ero malato molto gravemente: ed io fui strappato dalle fauci stesse della morte e restituito, sano e salvo, nel vigore della vita. Siccome ho ben vivo questo fatto nella memoria, ora lo proclamo e ne do testimonianza veritiera: non voglio essere rimproverato come ingrato, se taccio un beneficio così grande.
Accetta, dunque, o padre beato, il mio ringraziamento, per quanto scarno e inadeguato ai tuoi meriti e ai tuoi benefici, e, accogliendo i nostri desideri, scusa le nostre colpe; libera i tuoi fedeli devoti dai mali presenti e fa che raggiungano i beni sempiterni » (San Bonaventura, Legenda minor, VII, 8).
Nel luogo in cui sarebbe avvenuto il “Miracolo”, i francescani edificarono un umilissimo “locus”, ampliato successivamente da San Bonaventura; l’edificio venne distrutto da un crollo nel 1764.
Nel 1524-1525 una chiesa edificata in onore di San Bonaventura venne costruita là dove era la casa paterna del Santo, ma oggi è anche questa andata distrutta, ne rimangono poche tracce contrassegnate da un’edicola commemorativa.
Il cuore del borgo di Civita è costituito da piazza San Donato, sulla quale sorge il duomo. Secondo alcuni studiosi la costruzione del duomo risale ai secc. VII-VIII, edificato sull’area di un più antico tempio pagano. L’edificio fu successivamente ampliato nei secc. XI-XII e dotato di un campanile a pianta quadrata. In origine la cattedrale doveva essere fronteggiata da un portico, oggi distrutto, come testimoniano i resti di due colonne poste davanti la facciata. All’interno, l’edificio risulta caratterizzato da tre navate divise da colonne di spoglio appartenenti al periodo medievale. In controfacciata è un’urna che, come informa la lapide qui posta nel 1782, doveva contenere le reliquie di Santa Vittoria, morta nel 251, considerata, sino all’823, patrona della cittadina. I suoi resti oggi sono collocati nel simulacro in fondo alla navata sinistra della chiesa.
Sempre in piazza San Donato e a sinistra del campanile, è un passaggio coperto da un’arcata che fiancheggia l’edificio delle carceri medievali. Da questo passaggio si accede alla piazza dell’Episcopio, oggi in stato di forte degrado; mentre dal lato meridionale di piazza San Donato parte la via della Maestà, che costeggia il fianco del duomo, nel quel sono inglobati frammenti di sculture a motivi intrecciati, tipici della scultura longobarda. Anticamente, al termine di questa strada era situata la porta della Maestà, crollata nel 1695 unitamente alla chiesa di Santa Maria della Maestà, dalla quale partiva una stradina che scendeva fino alle fonti di Civita, in particolare alla fonte delle Colonne e alla zona chiamata dell’Uncino, dove, secondo la leggenda, vi era la fonte termale dalla quale derivò il nome “Bagnoregium”.
VITERBO
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Viterbo, “protetta” da Santa Rosa (cart. anni ’60) |
Da Bagnoregio si suggerisce una rapida visita alla città di Viterbo, ricca d’arte e di memorie francescane, soprattutto nel monastero della celebre Terziaria francescana: Rosa da Viterbo (1232 ca. – 1251 ca.).
Il tempio di Santa Rosa, risalente al sec. XII, fu ampliato nel sec. XV ed affrescato da Benozzo Bozzoli (1453); rinnovato nel 1632, fu edificato a nuovo, sull’area dell’antico, nel 1850. L’architettura e il riparto interno di questo edificio, è una non troppo felice riproduzione della bella chiesa di San Francesco di Paola alle Fortezze, attribuita al Vignola. Si osservino i quadri di distinto valore, che decorano gli altari. Il primo a sinistra, rappresentante la “Madonna in gloria con San Francesco di Sales e altri Santi in adorazione”, è un bel lavoro di Michele Witmer. Il secondo, con il “San Francesco che porge la sua Regola a Santa Chiara”, è opera di Belisario Sillani. Il terzo, con la “Morte di San Giuseppe”, è egregia dipintura di Vincenzo Fontani di Orvieto. Il pregevole quadro dell’altare maggiore, rappresentante la “Apoteosi di Santa Rosa”, fu dipinto dal Podesti, valentissimo pittore Romano. Si noti entro la Cappella a destra, ove si mostra il corpo della Santa francescana, la grande urna di metallo dorato, buon lavoro del sec. XVII. Nell’antico tempio esistevano alcuni affreschi di Benozzo Gozzoli, distrutti in conseguenza ai restauri ivi eseguiti nel 1632. Di essi però si conserva una qualche memoria in certi arcaici acquarelli, fatti eseguire dal cardinale viterbese Tiberio Muti a tal Francesco Sabatini d’Orvieto, ed ora conservati nel civico Museo.
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Viterbo, chiesa di San Francesco d’Assisi: il pulpito su cui predicò San Bernardino da Siena
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La chiesa di San Francesco d’Assisi in Viterbo merita di esser visitata per la sua antica costruzione e per i preziosi monumenti che racchiude. Sorge sull’area del castello di Sant’Angelo, già erettovi dai Viterbesi nel sec. XI. Diroccato due secoli dopo il castello, per l’avvenuto ingrandimento della città sulla riva destra dell’Urcionio, fu quel sito acquistato da papa Gregorio IX nel 1235, e donato ai frati Minori, perché vi erigessero un tempio in onore di San Francesco. Questo tempio fu innalzato nell’anno successivo: e la crociera superiore, con le stupende sue forme ogivali, nonché le mura esterne del lato orientale ricordano tuttora la austera magnificenza di quei tempi felici. Nella nave di crociera sono da osservarsi, sul lato destro, gli avanzi dei superbi mausolei di Pietro Di-Vico Prefetto di Roma, e del Pontefice Clemente IV, morti ambedue in Viterbo nell’anno 1268, e qui trasferiti nel 1885, dal tempio di Santa Maria di Gradi, ove furono inizialmente collocati. Sono opera egregia del marmorario Romano Pietro d’Oderisio, autore di due sarcofagi reali nell’Abbazia di Westminster di Londra.
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Viterbo, chiesa di San Francesco d’Assisi: mausoleo di papa Adriano V
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Di rincontro al monumento di Pietro Di-Vico, è il bellissimo mausoleo marmoreo di papa Adriano V, nel quale difficile è stabilire se ammirare più la elegante snellezza architettonica, o la ricchezza dei vermicolari; opera del celebre Arnolfo di Cambio, è abbellito da mosaici cosmateschi e costituisce un vero gioiello di arte gotica italiana, nonché il più pregevole esempio di monumento sepolcrale medioevale. Ha tabernacolo a cuspide con arco trilobato sorretto da colonnine intarsiate. I mosaici sono ritenuti opera del romano Vassalletto, grande marmorario Romano, autore del mirabile chiostro di San Giovanni in Laterano di Roma. Altra opera del Vassalletto (porta inciso il suo nome) è il vago oliario, tutto a sculture e mosaici, posto sulla parete sinistra del presbiterio della chiesa. Il monumento sepolcrale, pure al lato sinistro dell’abside, appartiene al cardinale fra’ Marco da Viterbo, Generale dei Minori Osservanti e teologo di gran fama, morto nel 1369. Gli fu innalzato da un tal frate Giuliano: ed è opera rimarchevole di scuola toscana. L’energia d’espressione nelle piccole figure, la robustezza delle parti ornamentali, e anche una certa originalità nella distribuzione architettonica, danno a supporre che, a tale lavoro, non sia estranea la mano o la scuola degli scalpellatori da Settignano. Il monumento a sinistra della crociera, tutto in peperino, appartiene al cardinale milanese Gerardo Landriano, morto in Viterbo nel 1445. Oltre il fastigio gotico e i trafori semplici e graziosi, sono da osservarsi gli avanzi di interessantissime figure, dipinte sulla parete del fondo. L’altro più modesto e pure di peperino, dirimpetto alla porta della sagrestia, è del cardinale Vicedomini di Piacenza, che alcuni erroneamente pretesero fosse creato papa col nome di Gregorio XI, e morisse nello stesso giorno della sua elezione. Prima di dipartirsi da questo tempio, è da osservarsi, nell’interno, l’occhio dell’elegante finestra bifora sulla parete di fondo del coro, e dall’esterno, tutto il disegno dello stesso stupendo finestrone.
All’esterno della chiesa è il pulpito di peperino dove predicò San Bernardino da Siena nel 1426.
Altro sacro edificio, che dal 1439 appartiene agli Osservanti, è quella di Santa Maria del Paradiso, con un meraviglioso chiostro romanico del sec. XIII.
Doveroso, accennando alla “Viterbo francescana”, ricordare il capitolo VIII dei Fioretti: “Come frate Ginepro per vilificarsi entrò in Viterbo nudo”: « Una volta frate Ginepro, volendosi bene vilificare, si spogliò tutto ignudo e posesi i panni in capo, fatto quasi un fardello dello abito suo, e entrò così ignudo in Viterbo; e vassene in sulla piazza pubblica per più sua derisione. E sedendo costui quivi così ignudo, i fanciulli e i giovani, riputandolo fuori del senno, gli feciono molta villania, gittandogli molto fango addosso e percotendolo colle pietre e sospingendolo di qua e di là, con parole di derisione molto; e così afflitto e schernito stette per grande spazio del dì: poi così ignudato se ne andò al convento.
E vedendolo i frati così dinudato, ne ebbono grande turbazione; e massimamente perché per tutta la città era venuto così ignudo col fardello in capo, ripresonlo molto duramente, facendogli grandi minacce. E l’uno dicea: “Mettiamolo in carcere”; e l'altro dicea: “Sia impiccato”; e gli altri diceano: “Non se ne potrebbe fare giustizia di tanto malo esempio, quanto costui ha dato oggi di sé e di tutto l'Ordine”. E frate Ginepro tutto lieto con ogni umiltà rispondeva: “Bene dite vero, perché di tutte queste pene sono degno e di molte di più”. A laude di Cristo. Amen » (Della vita di frate Ginepro, cap. VIII).
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Viterbo, un quartiere medievale dove si svolsero alcuni episodi della vita di fra’ Ginepro
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Paolo Rossi
paolorossi62@tele2.it
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